martedì 21 giugno 2016

APPELLO ALLA REGIONE LAZIO: LE DONNE E LE OSTERICHE VOGLIONO ESSERE ASCOLTATE!



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APPELLO ALLA REGIONE LAZIO
Il Ministero della Salute boccia il Decreto Polverini sul parto extraospedaliero: ecco cosa vi chiediamo!

Nel 2011, la Regione Lazio, piuttosto che dotarsi di una legge organica sul parto in ambiente extraospedaliero (domicilio e case maternità) e riconoscere il diritto (umano) delle donne di scegliere dove e come partorire e prevedere strumenti per rendere effettivo questo diritto, piuttosto che garantire il funzionamento della Casa del Parto Acqualuce e promuovere l'apertura di case maternità private, preferì disciplinare la materia con un provvedimento amministrativo, il Decreto n. 29/2011 dell'allora Presidente della Regione Renata Polverini, in veste di Commissario Ad Acta.

Il Decreto n. 29/2011, in realtà concepito per scopi di risanamento del deficit sanitario, ha affrontato il tema del parto in casa (dimostrando come il tema della salute della donna venga affrontato, come al solito, quando l'obiettivo è la "razionalizzazione" della spesa!) e si è spinto ben oltre la delega.
Il Decreto in questione, infatti, ha adottato dei protocolli per l’assistenza al travaglio e al parto fisiologico extraospedaliero in case maternità e a domicilio, nonostante i protocolli, in quanto sempre rivedibili, aggiornabili, perfettibili da parte della comunità scientifica internazionale, non siano suscettibili di essere cristallizzati in un provvedimento amministrativo; gli stessi protocolli adottati presentano molte incongruenze rispetto alle evidenze scientifiche ed ai protocolli internazionali (ad esempio, prevedono esplorazioni vaginali in caso di rottura prematura delle membrane, non prevedono la recisione ritardata del cordone ombelicale, impongono la visita del neonatologo entro le 12 ore dalla nascita, ecc.).

Il Decreto Polverini, poi, ha imposto requisiti illegittimi non soltanto ai fini della rimborsabilità delle spese sostenute dalle donne per il parto in casa assistito da ostetriche libere professioniste, ma addirittura per la stessa praticabilità del parto a domicilio, pregiudicando gravemente sia la libertà delle donne di scegliere le circostanze e il modo in cui partorire, sia l'autonomia e l'indipendenza professionale delle ostetriche. Così, è stata imposta la (doppia) condizione che il domicilio sia distante non più di 20 minuti e 7 chilometri di raggio da un ospedale dotato di reparto di maternità di II/III Livello, con la ovvia conseguenza che le donne residenti nella maggior parte della regione laziale non soddisfano questo doppio requisito e non possono, quindi, ricevere assistenza in casa, né, tantomeno, chiedere il rimborso delle spese.

Si impone, poi, che l'ostetrica scelta dalla donna per il proprio parto debba possedere, e documentare, un'esperienza professionale di almeno cinque anni di gestione autonoma di sala parto, requisito che ha il duplice l'effetto di escludere, a priori, tutte le ostetriche più giovani dalla libera professione extraospedaliera e di limitare, comunque, la possibilità per le donne di trovare delle ostetriche giovani o meno giovani che siano, che abbiano effettivamente gestito in autonomia le sale parto degli ospedali laziali, evenienza peraltro davvero rara. tutto ciò in barba alla normativa della professione ostetrica che abilita le ostetriche ad assistere i parti non appena terminato il percorso di studi e di abilitazione.

Ancora, il Decreto n. 29/2011 ha definito i requisiti edilizi e urbanistici per il rilascio delle autorizzazioni delle Case Maternità extraospedaliere, richiamando tuttavia quelli propri delle strutture socio-sanitarie: di fatto, si è disconosciuta l'essenza stessa della casa maternità, assimilabile per definizione ad un'abitazione privata e comunque ad un luogo non medicalizzato, e se ne è resa praticamente impossibile l'apertura. Non è un caso, infatti, che nel Lazio non esiste nessuna Casa Maternità privata.

Naturalmente, nel Decreto n. 29/2011 non è stato riconosciuto alcun diritto per le donne sulla rimborsabilità delle spese per il parto in casa - comunque subordinata al rispetto dei "requisiti" appena ricordati -, ritrovandosi solo un generico rimando a futuri provvedimenti delle Direzioni Regionali circa la determinazione delle tariffe.

Non è neppure delineato alcun obbligo per le strutture del SSR in ordine al rimborso, né alcun impegno a garanzia della continuità assistenziale tra l'ostetrica libero professionista e la struttura ospedaliera in caso di trasporto d'urgenza.

Come facilmente prevedibile, nel corso di questi cinque anni, il Decreto Polverini ha prodotto effetti distorsivi e fortemente limitativi dei diritti delle donne e delle ostetriche.

Per le donne, ne è derivata la negazione di ogni possibilità di scelta sul dove - e quindi sul come - partorire, con la conseguenza che il parto ospedaliero e medicalizzato resta, a tutt'oggi, l'unica opzione praticabile per la quasi totalità delle donne laziali; ciò non soltanto perchè i rimborsi non sono mai arrivati - se si eccettuano pochissimi casi fortunati nell'immediatezza dell'entrata in vigore del Decreto e pochi altri che hanno goduto, quando ve ne sono state le risorse, del rimborso a forfait previsto dal Decreto Zingaretti del maggio 2014, ma perché, di fatto, il Decreto è stato (male) interpretato come se contenesse un divieto di partorire a casa (e di assistere parti in casa) in assenza delle condizioni richieste.

Per le ostetriche, il Decreto n. 29/2011 ha costituito il pretesto di moniti delle Unità Sanitarie Locali, che le hanno formalmente diffidate dall'assistere parti a domicilio, determinando così una situazione simile ad un vero e proprio divieto o comunque uno stato di assoluta incertezza giuridica, nei fatti ugualmente penalizzante per l'autodeterminazione delle donne e per l'autonomia professionale delle ostetriche.

Recentemente, con un ricorso al Presidente della Repubblica, patrocinato dall'avvocata Virginia Giocoli (Freedom For Birth Rome Action Group), è stato impugnato un provvedimento di un distretto USL che diffidava un'ostetrica laziale dall'assistere parti a domicilio, per assenza del requisiti imposti dal Decreto Polverini.

Con questo ricorso è stata lamentata, a monte, l'illegittimità dello stesso Decreto Polverini, per contrasto alla normativa nazionale e comunitaria sulla professione ostetrica, per violazione del diritto di autodeterminazione e di scelta della donna sulla propria salute e sul proprio corpo, riconosciuti dagli articoli 2, 13 e 32 della nostra Costituzione, per violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e quindi del diritto di scegliere le circostanze in cui partorire, riconosciuti dall’art. 8 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali.

Nell'ambito dello stesso procedimento, il Ministero della Salute ha trasmesso una propria relazione, dichiarando espressamente di ritenere fondato il ricorso ed ha riconosciuto, in modo molto significativo:
 
- che un provvedimento regionale, peraltro emanato per ragioni connesse al rientro dal deficit di spesa, non può introdurre condizioni (di vicinanza a strutture ospedaliere di II e II Livello) ai fini della liceità dell'attività professionale ostetrica o ai fini della rimborsabilità delle spese per il parto a domicilio;

- che non sono dimostrate ricadute economiche o finanziarie negative sul SSR per il caso di parti fuori dai limiti chilometrici prescritti dal Decreto n. 29/2011;
 
 - che non ci sono evidenze scientifiche o epidemiologiche che possano obbligare un parto ospedaliero, in luogo di quello in ambiente extraospedaliero, in mancanza delle suddette condizioni di distanza da strutture ospedaliere di II e III Livello;
 
- che la Regione non potrebbe validamente statuire in materia di ordinamento professionale delle ostetriche e prevedere limiti all'attività libero professionista, già regolamentata con leggi dello Stato e oggetto di riconoscimento nel diritto comunitario;
 
 - che i requisiti di distanza, chilometrici e di tempo, tra il domicilio e la struttura ospedaliera, non sono supportati da richiami a studi o riferimenti scientifici e possono, pertanto, assumere al più il valore di meri suggerimenti liberamente accettabili, senza alcun vincolo cogente né per l'ostetrica libera professionista, né per la donna;
 
 - che la scelta della donna di partorire a casa propria ha una copertura costituzionale nel primo comma dell'articolo 32 della Costituzione.

Il Ministero della Salute, dunque, ha chiaramente riconosciuto che il diritto delle donne di scegliere le circostanze del proprio parto, diritto di rango costituzionale, non possa essere ridimensionato o sottoposto a vincoli, tanto più quando questi non siano supportati da evidenze scientifiche o epidemiologiche, ed ha altrettanto chiaramente ribadito l'autonomia e l'indipendenza professionale dell'ostetrica, alla cui responsabilità professionale personale è rimessa la decisione sull'assistenza di un parto domiciliare, nel rispetto delle legis artes e delle norme statali che regolamentano la professione. 

La relazione del Ministero della Salute è ormai da qualche tempo ben nota alle istituzioni regionali, alle stesse che, oggi, hanno istituito e stanno conducendo un tavolo tecnico per dare attuazione al Decreto Polverini.

Oggi, come già più volte in passato, vogliamo quindi denunciare come inaccettabile ciò che sta avvenendo nelle sedi istituzionali regionali, dove si continua, ostinatamente, a legiferare e provvedere sulla salute delle donne con percorsi non partecipati, che non assumono come prioritaria la considerazione dei diritti, delle aspirazioni, delle esigenze espresse dalle donne stesse e che non si attengono strettamente alle evidenze scientifiche ed alle raccomandazioni degli organismi internazionali che si occupano di salute delle donne.

Noi riteniamo inaccettabile che questi tavoli lavorino senza che sia prevista la consultazione e la partecipazione attiva delle donne e delle associazioni che da anni si occupano dei diritti e della salute delle donne, senza le quali nessuna garanzia dei migliori risultati possibili potrà mai esserci.

Noi riteniamo anche inaccettabile che operino tavoli tecnici con la finalità di attuare o modificare un provvedimento, il Decreto Polverini, che, nato per finalità di bilancio, andrebbe invece del tutto superato, abrogato, dimenticato. 

Pensiamo sia davvero giunto il momento di affrontare il tema del parto in ambiente extraospedaliero in modo organico, non per fare tagli alla spesa sanitaria (o peggio, per fare profitto!) ma per:

- tutelare e garantire il diritto di scelta della donna sul proprio corpo e sulla propria salute riproduttiva senza condizioni di tempo, luogo e distanze;

- riconoscere il fenomeno della violenza ostetrica e predisporre strumenti di contrasto agli abusi e maltrattamenti che si verificano nelle strutture sanitarie pubbliche e private, ai danni delle donne partorienti e delle persone neonate, creando un osservatorio regionale di monitoraggio;

- promuovere la cultura della fisiologia della gravidanza e del parto e ridurre gli eccessi della medicalizzazione che danneggiano la salute ed il benessere materno infantile;

- promuovere e valorizzare modelli di assistenza ostetrica nel percorso nascita, in accordo con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e delle linee guida elaborate dall’Istituto Superiore di Sanità;

- impegnare il SSR a garantire la libertà di scelta per donne, sul modello assistenziale e sui luoghi del parto, con erogazione diretta o, in mancanza, con convenzionamento delle ostetriche libere professioniste;

- garantire la riapertura ed il funzionamento a pieno regime della Casa del Parto Acqualuce;

- rivedere i requisiti per la concessione delle autorizzazione all'apertura di case maternità, delle quali deve essere preservato il carattere di un luogo demedicalizzato assimilabile al domicilio privato;

- attuare la Legge regionale n. 84/1985 per garantire, nelle strutture ospedaliere, il rispetto della soggettività, della centralità e delle competenze della donna in tutto il percorso nascita, delle sue esigenze e delle sue scelte, per contrastare gli abusi e i maltrattamenti che si verificano nei confronti delle donne durante gravidanza, parto e post partum, per riportare le pratiche ospedaliere al rispetto delle raccomandazioni OMS e delle evidenze scientifiche;

- rispettare e valorizzare l'autonomia e l'indipendenza professionale
dell'ostetrica, la quale, a prescindere da requisiti chilometrici e di vicinanza a presidi ospedalieri, è competente a valutare la praticabilità di un parto in ambiente extraospedaliero, valutando caso per caso, con scrupolo professionale, diligenza e perizia e sotto la propria responsabilità professionale, la sostenibilità della scelta del parto.

- garantire l'assistenza domiciliare, sia al momento del parto che nel post partum, a garanzia della salute e del benessere materno infantile o, in alternativa, riconoscere il diritto al rimborso integrale, quanto meno fino a concorrenza del DRG, delle spese sostenute per il parto a domicilio o in Casa Maternità.

NOI CHIEDIAMO

quindi, alla Regione, che gli obiettivi sopra enunciati vengano fattivamente perseguiti e che venga garantita la partecipazione, nelle sedi tecniche e politiche, in tutti i processi decisionali nei quali i temi della nascita vengono e verranno affrontati, delle associazioni di donne che rivendicano la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo e sulla propria salute riproduttiva e l'autonomia professionale delle ostetriche.

Roma, 21 giugno 2016

Adesioni:
Freedom For Birth Rome Action Group
Gabriella Pacini
Mirta Mattina
Carmen Rizzelli
Virginia Giocoli
Lisa Canitano
Vita di Donna
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giovedì 24 marzo 2016

Binetti, ma perchè questa cintura?


Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un nostro resoconto e commento al convegno svoltosi alla Camera l'11 marzo sul tema della sicurezza nel parto organizzato da Paola Binetti, evento che ha attirato la nostra attenzione e suscitato in noi perplessità e dubbi (a dir poco).


Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo che riporta la nostra opinione

riguardo all'incredibile disegno di legge presentato da Binetti, con il quale si prevede l'adozione di un "nuovo metodo di parto vaginale(testuale nella Proposta di Legge!!!), modello incentrato sull'utilizzo di una cintura con camere d'aria gonfiabili che comprime la pancia della donna partoriente.


Ringraziamo Eretica e il Fatto Quotidiano per l'attenzione dimostrata verso la questione e per aver pubblicato il nostro contributo, per completare il quadro e rendere maggiormente l'idea di quanto le motivazioni di questo disegno di legge ci appiano poco chiare e lontane dai dichiarati obiettivi di tutela della salute materna e neonatale, ci sembra importante sottolineare alcune questioni e per questo 




siamo noi a porre delle domande a Binetti:






  • se il fine non è la promozione del dispositivo, come lei afferma, perchè mai tra i relatori del convegno dell'11 marzo figuravano Pierfrancesco Belli e Erich Cosmi? Il primo fino al 2009 amministratore unico di Safe Factory, la società che distribuisce a livello internazionale la cintura e dal 2015 membro del comitato di indirizzo e controllo dell'Agenzia Regionale della Sanità in Toscana, il secondo coautore insieme a Luisa Acanfora, del contestato studio di cui sopra e nel cui cv si legge "nel 2004 partecipazione scientifica alla realizzazione del brevetto Safe Factory", brevetto che ha curiosamente lo stesso nome della società di distribuzione internazionale, Cosmi inoltre fa parte della onlus Safety & Life, di cui è Presidente Acanfora, onlus che appartiene a COESI, Consulta, che organizza eventi col patrocinio del Senato. 

  • Ci chiediamo anche come mai proprio Luisa Acanfora sia stata sentita in un'audizione al Senato nel 2012 in cui ha promosso l'adozione della cintura? 

  • Le coincidenze peraltro non finiscono qui dal momento che a Belli è subentrato nel 2009 come amministratore unico di Safe Factory Carlo Strano, che ad oggi risulta essere anche presidente del CDA di BLN Health Services srl, società che distribuisce la cintura in Italia, vicepresidente di BLN è Niccolò Belli (nato nel 1994) mentre Lorenzo Belli (classe 1995) è consigliere, uno strano caso di omonimia? O ci sarà per caso qualche legame tra questi due ragazzi e Pierfrancesco Belli ex amministratore unico e che oggi ha un ruolo istituzionale di controllo per ciò che riguarda la Sanità in Toscana?

Ci auguriamo di ricevere presto risposte a queste domande, preannunciamo ogni azione possibile per opporci all'approvazione di questa Legge e difendere il diritto all'autodeterminazione delle donne.

ps
i dati sulle cariche delle persone nominate in questo post sono stati ricavati da visure societarie